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Giacomo Ravetta · PoliticaEnglish
Illustrazione: Tetti solari sugli edifici comunali

Proposta · EnergiaDifficoltà mediaLettura: 10 min

Il Comune delibera e concede i tetti; il resto dipende da comunità energetica, capitale dei cittadini e GSE. Si può partire da un tetto solo.

I tetti del Comune al sole, per tutti

Scuole, palestre, magazzini, il palazzo comunale: sono coperture pubbliche esposte al sole ogni giorno, e oggi non producono niente. La proposta è semplice. Il Comune mette a disposizione i tetti, i cittadini finanziano i pannelli attraverso una Comunità Energetica Rinnovabile, e l’energia prodotta torna alla città: negli edifici pubblici che la consumano e nelle case di chi ha partecipato. Nessuno deve possedere un tetto per farne parte.

Questa pagina spiega l’idea. La mappa dei tetti, i limiti delle stime, il procedimento e le fonti stanno più in basso.

L’idea spiegata in breve

  • Il Comune concede in comodato i tetti dei propri edifici: mette lo spazio, non i soldi, e il patrimonio resta pubblico.
  • Partecipa chi vuole: nessun obbligo per nessuno. Chi aderisce finanzia i pannelli con quote di una Comunità Energetica Rinnovabile, anche se vive in affitto o in condominio.
  • Gli edifici pubblici consumano sul posto quello che producono e alleggeriscono la bolletta; il resto è condiviso con la comunità, con la tariffa incentivante del GSE per vent’anni.
  • Una mappa pubblica, costruita su dati verificabili, mostra tetto per tetto dove l’installazione renderebbe di più.

Perché parlarne

Il sole non si recinta

L’idea di fondo non è nuova, e la spiega meglio di chiunque il filosofo della scienza Telmo Pievani: l’energia del sole è un bene che non si consuma e non si può recintare, e la tecnologia per raccoglierla è diventata abbastanza economica da poter essere di tutti. Il modo in cui ce la organizziamo è una scelta politica, non tecnica. Cinque minuti che valgono più di qualunque tabella.

Comunismo energetico. L’editoriale di Telmo Pievani · Lucy sui mondiIl lettore si carica solo se premi play. Fino a quel momento la pagina non contatta YouTube.

Dentro il pannello

Come funziona un pannello solare

Un pannello solare non ha parti in movimento, non brucia niente e non fa rumore. Trasforma la luce direttamente in elettricità, grazie a una proprietà del silicio, lo stesso materiale dei chip. Il modello qui sotto si può girare, scomporre negli strati e illuminare.

Caricamento del modello 3D…

Trascina per ruotare il pannello.
Modello 3D di un pannello solare: si può scomporre negli strati che lo compongono e accendere il sole per vedere la luce che colpisce le celle e la corrente che esce.
  1. 1. La luce attraversa il vetro

    Il vetro temperato davanti protegge le celle da pioggia, grandine e polvere e lascia passare la luce. Due pellicole trasparenti tengono tutto sigillato.

  2. 2. Il silicio libera elettroni

    Ogni cella è fatta di due strati di silicio trattati in modo diverso. Dove si toccano nasce un piccolo campo elettrico. La luce stacca elettroni dagli atomi di silicio e il campo li spinge tutti nella stessa direzione: è una corrente elettrica.

  3. 3. Le celle in fila sommano la tensione

    Una cella da sola dà circa mezzo volt. Collegate una dopo l’altra, le celle di un pannello arrivano a qualche decina di volt. Le sottili strisce metalliche sulle celle raccolgono la corrente.

  4. 4. La corrente esce dalla scatola sul retro

    Dietro il pannello, una piccola scatola collega i cavi. Dentro ci sono dei diodi che fanno “saltare” le celle in ombra, così una foglia o un camino non spengono tutta la fila.

  5. 5. L’inverter la rende uguale a quella delle prese

    Il pannello produce corrente continua. Un apparecchio, l’inverter, la trasforma in corrente alternata a 230 volt, quella delle prese di casa: va prima all’edificio e, se avanza, in rete.

≈ 400 W

Potenza di un pannello di circa 2 m²

Ne servono circa due e mezzo per fare un chilowatt di picco (kWp).

≈ 1 su 5

La parte di luce che diventa elettricità

L’efficienza dei pannelli in commercio è intorno al 20-22%.

≈ 1.200 kWh

Prodotti in un anno da 1 kWp a Saronno

Valore di riferimento PVGIS: è come dire il consumo di quasi metà famiglia.

25-30 anni

Vita di un pannello

Le garanzie dei produttori assicurano di solito almeno l’80% della potenza dopo 25 anni.

  • Funziona anche con le nuvole, ma produce molto meno: conta la luce, non il caldo.
  • Il caldo lo rallenta. Le celle rendono meglio quando sono fresche: una giornata limpida di primavera può valere più di un pomeriggio afoso di luglio.
  • Chiede poca manutenzione: qualche pulizia e un controllo periodico dell’impianto elettrico.

La proposta

Tre soggetti, tre contributi

  1. Il Comune mette i tetti

    Non i soldi: lo spazio. Una delibera che concede in comodato le coperture degli edifici individuati, per la durata dell’impianto. Il patrimonio resta pubblico e il Comune non anticipa nulla.

  2. I cittadini mettono il capitale

    Chi vuole, non chi deve: la Comunità Energetica è un’adesione volontaria, e chi non partecipa non paga nulla e non perde nulla. Chi aderisce sottoscrive quote della comunità e partecipa alla produzione senza dover installare e mantenere niente sul proprio tetto, cosa impossibile, del resto, per chi vive in affitto o in condominio. Ci sono comuni italiani dove è già successo: centinaia di cittadini hanno finanziato insieme un impianto su un edificio pubblico.

  3. L’energia torna alla città

    Gli edifici pubblici consumano sul posto quello che producono e alleggeriscono la bolletta comunale. Il resto viene condiviso con i membri della comunità, e su quella quota il GSE riconosce la tariffa incentivante per vent’anni.

Il punto di partenza

Saronno ha poco spazio e molti tetti

Saronno è fra i comuni più densi della provincia di Varese: quasi 39.000 abitanti in poco meno di 11 chilometri quadrati. Non ci sono aree libere da riempire di pannelli, e non sarebbe nemmeno desiderabile. Ma ci sono superfici già costruite, esposte al sole tutti i giorni, che non producono niente: i tetti degli edifici pubblici.

Le Comunità Energetiche Rinnovabili esistono per legge dal 2021 e in Italia ne nascono ogni mese; una con sede a Saronno risulta già costituita, ma la sua configurazione attiva non riguarda la città. La competenza è a portata di mano; quello che manca è una configurazione che riguardi i tetti di Saronno.

C’è anche una scadenza. La tariffa incentivante del GSE sull’energia condivisa si può richiedere fino al 31 dicembre 2027, o prima se si esaurisce il contingente nazionale. Chi entra adesso si assicura vent’anni di tariffa garantita.

Dal punto di vista di chi abita qui

Che cosa metto e che cosa ricevo

Nessuno è obbligato: si partecipa se si vuole, e si può entrare anche in un secondo momento. Chi partecipa sottoscrive una quota della comunità: una cifra decisa insieme, alla portata di una famiglia. In cambio riceve, per vent’anni, la sua parte della tariffa che il GSE riconosce sull’energia condivisa, e la soddisfazione di vedere il proprio contributo su un tetto preciso, con un nome: la scuola dei figli, la palestra, la biblioteca.

Non serve partire da tutti gli edifici. Si può cominciare dai tetti che rendono di più e allargare con i ritorni, un tetto alla volta.

Un vincolo già verificato.Una Comunità Energetica può condividere energia solo fra punti di connessione sottesi alla stessa cabina primaria. Sulla mappa interattiva del GSE, consultata il 13 settembre 2026, Saronno ricade nell’area convenzionale AC001E01401: una sola area per la città, quindi una sola configurazione può condividere l’energia fra tutti i tetti comunali e le case dei partecipanti. Prima di presentare la domanda il dato va comunque riconfermato sulla mappa, perché il GSE la aggiorna.

Che cosa serve

I passaggi in capo all’amministrazione

  • Riconfermare l’area della cabina primaria sulla mappa del GSE al momento della domanda: oggi Saronno risulta interamente nell’area AC001E01401, quindi il perimetro di condivisione è l’intera città.
  • Deliberare la concessione delle coperture in comodato alla configurazione CER, con durata allineata alla vita dell’impianto.
  • Far svolgere le verifiche tecniche: portata strutturale dei tetti, stato delle coperture ed eventuale presenza di amianto, capacità di connessione alla rete.
  • Scegliere la forma giuridica: aprire una configurazione su Saronno in una comunità già costituita, oppure costituirne una nuova.
  • Presentare la domanda al GSE entro la finestra di accesso alla tariffa incentivante.

Rischio

E se grandina?

In Lombardia le grandinate forti sono sempre più frequenti. Il Nord Italia è la zona del mondo dove i chicchi molto grandi sono aumentati di più negli ultimi settant’anni, e nel luglio 2023 in Friuli ne è caduto uno di 19 centimetri, il più grande mai visto in Europa. Un chicco grosso può rompere il vetro di un pannello. Le strade per difendersi sono cinque, dalla più semplice alla più sperimentale. Quale scegliere lo decideranno i tecnici quando l’impianto sarà progettato.

Chicchi di grandine accanto a un metro a nastro: i più grandi misurano circa 2 centimetri
Chicchi di circa 2 cm. Quelli che rompono i pannelli sono grandi il doppio. Foto: Sebbog13, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
1. Pannelli più robusti

Non tutti i pannelli sono uguali: alcuni hanno un vetro più spesso e sono certificati per resistere a chicchi più grossi. Nei test di un laboratorio indipendente, con chicchi di 4,5 cm si è rotto il 61% dei pannelli con vetro sottile e solo il 7% di quelli con vetro spesso.

Costo: contenuto. Basta chiedere nel bando di gara pannelli in classe HW4 o HW5 del registro svizzero della grandine.

2. Un’assicurazione

Non evita il danno, ma paga la riparazione. Per un impianto domestico una polizza che copre la grandine costa circa 100–500 euro l’anno; per un edificio pubblico il prezzo si concorda caso per caso. Per il Comune non è obbligatoria: è una scelta. Conta anche perché la garanzia dei produttori di solito non copre la grandine.

Costo: una spesa fissa ogni anno.

3. Una rete fissa sopra i pannelli

È la soluzione dei frutteti: una rete tesa sopra i pannelli ferma i chicchi. Il difetto è che fa ombra tutto l’anno, anche nei giorni di sole: secondo il produttore i pannelli producono il 9–15% in meno, e la rete va cambiata ogni 5–7 anni.

Costo: basso da installare, ma si paga in energia persa.

4. Pannelli che si mettono al riparo da soli

Nei grandi impianti a terra i pannelli sono montati su supporti che ruotano per seguire il sole. Quando il servizio meteo segnala la grandine, li girano quasi in verticale, così i chicchi li colpiscono di taglio. Negli Stati Uniti è già in commercio.

Sui tetti i pannelli sono fissi, quindi questo non si può fare. Coperture mobili che scorrono sopra i pannelli di un tetto, pronte da comprare, oggi non ne esistono.

Costo: alto, e per ora non adatto ai tetti.

5. Una rete che si stende solo quando serve

L’idea unisce i punti 3 e 4: una rete arrotolata a lato dei pannelli, che un motore stende solo quando arriva l’allerta grandine. Così protegge quando serve e non fa ombra il resto dell’anno.

I pezzi esistono già. In agricoltura un’azienda italiana vende reti motorizzate che coprono mezzo ettaro di frutteto in circa 8 minuti, comandate con un SMS. Il radar della Protezione Civile segnala ogni 5 minuti dove sta grandinando: guardando i temporali in arrivo si guadagnano pochi minuti, e i falsi allarmi sono frequenti.

Filari di vigna coperti da reti antigrandine bianche
Reti antigrandine su una vigna. Foto: Olivier Lemoine, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Per i pannelli invece no. Abbiamo cercato in Europa, negli Stati Uniti e in Cina: non abbiamo trovato un prodotto in vendita, né in inglese né in cinese. Il caso più vicino è un prototipo di una scuola tecnica austriaca, a Klagenfurt: lamelle di plastica trasparente che si stendono sui pannelli quando il radar meteo segnala pericolo. All’università di Graz un impianto di prova sul tetto ripiega i pannelli faccia contro faccia quando arriva il temporale. E uno studio del 2026 ha simulato, proprio su un tetto di Brescia, pannelli di plastica trasparente che scorrono su guide motorizzate comandate da sensori meteo. Esistono anche alcuni brevetti, ma nessuna di queste idee è diventata un prodotto.

Il nodo da sciogliere è il vento: la rete deve chiudersi proprio mentre arriva il temporale, e servono sostegni fissati al tetto, non ai pannelli. Ci sono poi il ghiaccio, che può bloccare il meccanismo, i blackout durante i temporali, che senza una batteria lo fermano, e l’ingombro per i vigili del fuoco. Il tetto di un edificio comunale potrebbe ospitare una prova, magari insieme a una scuola tecnica del territorio.

Costo: da stimare, perché nessuno lo vende ancora.

Le soluzioni 1 e 2 si possono sommare: pannelli robusti riducono i danni, l’assicurazione copre quelli che restano.

I dati

Dove conviene cominciare

Il colore misura la resa: quanti chilowattora produce ogni chilowatt installato in un anno. Non è la stessa cosa della produzione totale, che premia solo gli edifici grandi. La resa dice quanto bene quel tetto converte il sole che riceve, e quindi da dove partire quando le risorse non bastano per tutti gli edifici insieme.

Caricamento della mappa…
Resa del tetto
  • Bassa
  • Media
  • Buona
  • Molto buona
  • Ottima
kWh per kWp installato all’anno

Source: Includes solar data from Google

Seleziona un edificio per vedere la disposizione dei moduli sul tetto. La stessa informazione è disponibile in forma di tabella subito sotto.

Onestà

Che cosa questa pagina non è

Non è uno studio di fattibilità e non può sostituirne uno. È una stima di ordine di grandezza fatta con dati telerilevati e assunzioni dichiarate, utile per capire se valga la pena approfondire. Quello che manca, e che solo un rilievo sul posto può dare:

  • Portata strutturale. Nessuno di questi tetti è stato verificato per il carico aggiuntivo di moduli e strutture di sostegno. È il primo vincolo che può escludere un edificio.
  • Stato delle coperture e amianto. Su edifici pubblici degli anni Sessanta e Settanta la presenza di cemento-amianto è un’ipotesi concreta. Dove c’è, va rimosso prima: cambia i costi e la sequenza dei lavori, ma è anche un’occasione per farlo.
  • Ombreggiamenti al suolo. Alberi, edifici vicini e volumi tecnici incidono, e i dati telerilevati li vedono solo in parte e solo alla data del rilievo.
  • Connessione alla rete. La potenza installabile su carta non è quella che il distributore autorizza a immettere in quel punto.
  • Vincoli di tutela. Tre immobili comunali interessanti non sono conteggiati proprio per questo: Villa "Gianetti" (F052), Palazzo "Visconti" (F048), Teatro "G. Pasta" (F064). Vanno sottoposti alla Soprintendenza, non dati per acquisiti.
  • Data del rilievo. Un tetto rifatto dopo l’ultima ripresa aerea non appare come è oggi.
  • Rischio grandine. Non esistono dati pubblici sui danni da grandine agli impianti fotovoltaici in Italia, e la stima di produzione non ne tiene conto.
  • Posizioni da confermare. Alcuni edifici dell’elenco comunale sono indicati solo per via e civico, e la loro posizione è stata dedotta dall’asse stradale: in tabella sono segnalati.

Per la stessa ragione la resa calcolata sul dato telerilevato è confrontata con il riferimento indipendente PVGIS: quando le due stime divergono di oltre il 25% il dato è segnalato invece che pubblicato come buono.

Link utili

Riferimento di producibilità: PVGIS PVGIS-SARAH3, scaricato il 2026-09-05, per Saronno (VA). Dati sulla geometria delle coperture aggiornati al 2026-10-10.